sabato, 05 luglio 2008, ore 12:57

Ok, non sarà quel caso letterario di cui tutti andavano parlando. Però "Firmino" è un libro assai toccante. Non semplice storia di un topo, come a una prima lettura potrebbe sembrare, ma analisi della solitudine, della difficoltà a relazionarsi con gli altri tipica di questo scorcio di inizio millennio, del sapore delle piccole cose e dell'amore per i libri e per la letteratura come veicolo per viaggiare con la mente. Firmino è brutto, storpio, stonato, solitario, sfigato... eppure è di una bellezza incredibile, quasi un eroe dei nostri tempi. Consigliato a chi crede che il mondo sia un posto orribile e senza speranza, si ricrederà guardandolo con gli occhi di un topo. Voto: 7,5/10.

Trama: Firmino è un topo nato in una libreria di Boston negli anni Sessanta. È il tredicesimo cucciolo della nidiata, il più fragile e malaticcio. La mamma ha solo 12 mammelle e Firmino rimane l'unico escluso dal nutrimento. Scoraggiato, si accorge che deve inventarsi qualcosa per sopravvivere e comincia ad assaggiare i libri che ha intorno. Scopre che i libri più belli sono i più buoni. E diventa un vorace lettore, cominciando a identificarsi con i grandi eroi della letteratura di ogni tempo. In un finale di struggente malinconia, Firmino assiste alla distruzione della sua libreria ad opera delle ruspe per l'attuazione del nuovo piano edilizio.

Simoncarlo
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venerdì, 27 giugno 2008, ore 13:01

Da fan di Lansdale posso affermare che non si tratta del suo libro migliore. Alcuni passaggi sono sicuramente efficaci, così come la descrizione della provincia americana e dei personaggi che la abitano. Tuttavia ho trovato alquanto banali lo scioglimento del giallo che fa da sfondo alla vicenda e alcuni dialoghi. Scorre con piacere, ma non lascia molto. Voto: 7/10.

Trama: Nell'afosa estate texana del 1958, il tredicenne Stanley Mitchell lavora nel drive-in del padre, e mette il naso in un segreto che doveva rimanere celato. E la "perdita dell'innocenza" di Stanley, in quell'estate in cui il mondo per lui cambia per sempre, coincide con il miracolo di una resurrezione davvero magica.

Simoncarlo
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mercoledì, 25 giugno 2008, ore 17:13

Quello sopra è il titolo che è stato dato da Liberazione a questo mio pezzo sul concerto di Alanis Morissette di ieri sera all'Auditorium. Persino la foto apparsa sul giornale è di mia produzione, infatti ero a un passo dal palco :-) Cinema, musica, letteratura: che bello tornare a scrivere delle mie passioni. Speriamo che continui....

Una rete di filo spinato sotto una notte stellata. Dietro, imprigionate, due mani che pregano mentre una colomba spicca il volo tra le corde di metallo. È con questa immagine di pace, speranza e insieme sofferenza, un graffito disegnato su un enorme telo come sfondo al palco, che Alanis Morissette ha accolto i 2800 spettatori che ieri sera hanno affollato la cavea dell’Auditorium di Roma per assistere al suo concerto. Entrata in scena spettacolare, con le luci soffuse, la band sul palco in attesa e lei dietro le quinte che ha intonato a cappella i versi della prima canzone e poi è corsa sotto i riflettori a salutare i suoi fan. La cantante canadese ha così inaugurato la manifestazione “Luglio suona bene 2008” che vedrà esibirsi per tutta l’estate al Parco della Musica numerosi artisti internazionali.

DSCF2986È stata un Alanis inaspettata quella che per un’ora e mezzo ha eseguito alcuni brani del suo ultimo album “Flavor of Entanglement”, già campione nelle vendite in tutto il mondo, alternati a celebri pezzi del passato. Abbandonato l’eccesso degli inizi, quello che le faceva urlare a tutti la sua rabbia per amori finiti male, con dosi massicce di sesso nei testi delle canzoni e il sarcasmo di chi, giovane, ancora crede in un futuro migliore, superata la fase introspettiva dei viaggi in India e della ricerca di sé, la cantante è apparsa più serena. Sempre attenta alle dinamiche dei rapporti sentimentali, la Morissette anche nel suo ultimo album ha affrontato di petto il dolore che può causare la fine di una storia (da poco si è lasciata con l’attore Ryan Reynolds, ora compagno di Scarlett Johansson), ma accanto ai rimpianti stavolta ha lasciato maggiore spazio all’amor proprio. Questa nuova forza traspare anche nel vederla sul palco, minuta e sorridente, mani sul petto e moine da fanciulla, mentre intona accompagnata dal solo pianoforte la canzone “Underneath”, che impazza nelle radio di tutta Italia, o mentre, più scatenata, si abbandona a piroette e scuotimento di capelli cantando “Moratorium” e “Versions of Violence”.

Un modo diverso per esorcizzare la sofferenza di un cuore spezzato: «La mia aspirazione non è la felicità ma la ricerca di equilibrio, la pace non la rabbia o l’angoscia. L’equilibrio – ha dichiarato presentando al mondo il suo nuovo album - è il mio mantra mattutino». Eppure, per una ragazza che con il disco “Jagged Little Pill” nel 1995, quando aveva 21 di anni, vendette più di 30 milioni di copie, non dev’essere stato facile trovare l’equilibrio nella vita, soprattutto nelle faccende amorose. Oggi a 34 anni la Morissette è cresciuta, fisicamente e artisticamente, e l’ha dimostrato per tutta la serata. DSCF3003Dal rock duro e melodico la cantante è passata all’elettronica di “Flavor of Entanglement”, disco prodotto da Guy Sigsworth, già collaboratore di Bjork e Madonna. E ieri, durante il concerto, erano proprio i passaggi dalle sperimentazioni dell’ultimo album alle melodie più tenui dei dischi del passato a colpire. Anche se l’Alanis più in voga in Italia resta quella delle ballate “Ironic” e “You Learn”, dei brani ricchi di atmosfera quali “Thank You” e “Uninvited”, tutti puntualmente proposti al pubblico romano, che si è immediatamente scaldato nel ritrovare le canzoni da lui più amate.

Sarà per questo che, curiosamente, l’artista non ha proposto l’intero nuovo album, come si fa in genere quando si inaugura un tour legato all’ultima propria creazione discografica, ma ha lasciato grande spazio alla musica del passato, quella che le ha portato notorietà e fortuna, quella che l’ha scalzata dal ruolo di semplice cantante rock “sentimentale”, regalandole la fama di artista coraggiosa e vocalmente unica, passionale, sofferente, fragile.

 

 

 

Simoncarlo
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lunedì, 23 giugno 2008, ore 12:04

Per la prima volta nella mia vita sono stato su un set cinematografico. Mi è capitato qualche giorno fa in occasione dell'intervista a Michele Placido che dovevo realizzare per Liberazione. L'attore sta infatti girando in questi giorni a Roma il suo nuovo film sul '68, "Il grande sogno" e mi ha dato appuntamento proprio sul set ai Parioli per incontrarci di persona. Tra un ciak e l'altro ho realizzato questa intervista.

È un pomeriggio di sole nel quartiere Parioli a Roma. Fuori si sfiorano i 32°, eppure in un grande appartamento al terzo piano di un palazzo un gruppo di persone appare infaticabile. Il vocìo insistente di macchinisti, assistenti, sceneggiatori, costumisti e truccatori li accompagna mentre entrano ed escono dalle stanze dell’abitazione, tra cavi, luci e postazioni video. È qui che da una settimana si sta girando il nuovo film di Michele Placido, “Il grande sogno”, sulla generazione del ’68, di cui è protagonista Riccardo Scamarcio.

Con l’aria di chi ha alle spalle una grande esperienza, Placido impartisce istruzioni, ascolta i suoi tecnici, legge il copione, dando un ordine al caos che lo circonda. In fondo, all’età di 62 anni, dopo aver interpretato oltre 100 film e averne diretti altri 8, l’attore di origine pugliese ha tutte le carte in regola per entrare nel novero dei “grandi” del cinema italiano, come dimostrano anche i premi e i riconoscimenti ricevuti a livello nazionale e internazionale. Uomo poliedrico al massimo, Placido si divide da anni tra set cinematografici e televisivi, mettendo in ogni sua attività sempre grande entusiasmo. Come dimostra anche la sua esperienza da direttore artistico del teatro di Tor Bella Monaca a Roma.

Signor Placido, quale è il bilancio della sua esperienza in questo teatro della periferia romana e quali i progetti per la prossima stagione?

«Quella del teatro di Tor Bella Monaca è stata un’esperienza straordinaria e continua tuttora. Adesso con il cambio che c’è stato al Comune di Roma siamo in attesa di sapere che cosa succederà. Io, tra l’altro, ho proposto le mie dimissioni da direttore artistico, perché ritengo sia giusto così. Avevo fatto questo progetto con la passata Amministrazione. Ora vedremo quali saranno le riflessioni, chiamiamole così, che farà la nuova di Amministrazione. Se ci fossero le dimissioni coinciderebbero con un mandato che mi ero dato: lavorare un paio d’anni, avviare il teatro e portarlo a diventare una realtà. È quello che è successo, per merito di tutte le persone che ci hanno lavorato, e soprattutto grazie a Giovanna Marinelli, che è poi diventata direttrice del teatro Argentina a Roma. I risultati ottenuti sono stati importanti sia da un punto di vista culturale che da quello sociale. Ho cercato di creare un pubblico ed esso si è formato naturalmente, non aspettava che un segnale. In questi anni abbiamo ospitato non solo opere teatrali ma anche eventi internazionali, dagli spettacoli di Peter Brook alla Festa del Cinema. La cosa più bella è stata la produzione del primo spettacolo in assoluto, un “Amleto” che ha girato per tutti i teatri italiani con la regia di Marini. Fino a due anni fa era impensabile che questo teatro potesse addirittura produrre spettacoli a livello nazionale.

Per l’anno prossimo abbiamo due appuntamenti interessanti. Il primo è con lo spettacolo che nascerà nel quartiere Tor Bella Monaca con la regia di Massimo Popolizio, tratto dal “Plauto” di Aristofane. Sarà un tentativo di dare a un classico della commedia un risvolto contemporaneo su quello che è oggi il nostro Paese, usando il dialetto romano. Ma la cosa più bella sarà la collaborazione con un teatro che io e alcuni ragazzi dell’accademia nazionale d’arte drammatica abbiamo creato a San Luca, in provincia di Reggio Calabria, paese ad alta intensità di ‘ndrangheta. Siamo riusciti a distrarre 300 ragazzi che così possono occuparsi di teatro. Volevamo far capire che non basta mandare l’esercito o la polizia per migliorare un paese in difficoltà».

Crede che l’elezione di Alemanno a sindaco possa portare a una diminuzione di quella attenzione che sia Rutelli che Veltroni hanno sempre dedicato allo sviluppo delle periferie romane?

«Al di là delle ideologie, Veltroni ha fatto un ottimo lavoro dal punto di vista culturale. È tipicamente italiano che ogni Amministrazione si metta in competizione con la precedente. Alla fine vale quello che si lascia alla città e il teatro di Tor Bella Monaca è un lascito importante. Sarebbe meraviglioso se la nuova Amministrazione proseguisse questo lavoro in nome della città».

A Cannes hanno trionfato i film italiani “Gomorra” e “Il divo”. Lei sta lavorando a un progetto sul ’68 e da poco è passata in tv la sua fiction su Aldo Moro. Sembrerebbe il rilancio di quel cinema di impegno sociale e politico che ha avuto grande fortuna in Italia negli anni ’70 e ’80.

«Il successo del “Divo” e di “Gomorra” assume diversi significati. Intanto che la creatività del cinema italiano non si è mai interrotta, anche se prima di questa vittoria si parlava più che altro di un vuoto. In realtà si lavorava in attesa di un risultato importante. Non è che i capolavori si fanno così su due piedi. Sorrentino e Garrone sono il risultato di anni di un continuo lavoro che altri registi hanno fatto, pur non avendo avuto la loro stessa “chance”. I due registi infatti stanno sulla piazza già da 4-5 anni e questi due film hanno coinciso con successi letterari e di festival. Ciò ha fatto sì che il cinema italiano ritornasse alla grande e soprattutto che i due autori, attraverso storie socio-politiche, abbiano dato nuovo forza a quel cinema che forse il pubblico si aspettava. È sicuramente la vittoria del cinema italiano, ma anche la speranza che attraverso questi due film si torni a guardare di più all’Italia, soprattutto nelle sue pieghe più ambigue o difficili. Il cinema deve sempre vigilare sulla democrazia del nostro Paese».

I film dunque possono “illuminare le coscienze” di un popolo, come quello italiano, che troppo spesso tende a dimenticare anche la sua storia più recente?

«Che il cinema possa rendere “colto” un Paese mi pare difficile. Anche perché chi va al cinema non supera mai il milione di persone al massimo, pure per un film di successo come “Gomorra”. Se uno deve stare poi ai risultati politici che si sono ottenuti recentemente, beh, insomma… Però serve a non mollare, ci devono sempre essere delle persone che siano critiche verso chiunque detenga il potere. Soprattutto quando si ha, come qui in Italia, un cambio di guardia molto pericoloso, non tanto perché questo governo sia peggiore del precedente o migliore, ma perché c’è una sorta di lassismo di coscienze e di “soccorso al carro del vincitore”, come direbbe Flaiano, veramente pericoloso. Bisogna che in Italia anche il cinema si adoperi per creare una forte opposizione. Il Paese ne ha bisogno per essere una buona democrazia».

Tra i nuovi autori del cinema italiano con quali lavorerebbe volentieri?

«Sorrentino sicuramente. È da qualche anno poi che siamo legati da stima e amicizia. Paolo oggi si conferma il regista più interessante da un punto di vista stilistico, non ci sono dubbi. Da lui in futuro arriveranno sorprese molto importanti, anche a livello internazionale. Poi naturalmente Garrone. Tra i registi più giovani anche Munzi del “Resto della notte”, un autore straordinario; Paterno, che tra qualche anno rivelerà ancora di più le sue capacità; Molaioli; e Franchi per quel che riguarda la ricerca dal punto di vista della forma. Inoltre mi piace molto Saverio Costanzo, il rigore con cui affronta il nostro mestiere».

Nella sua lunga carriera di attore ha lavorato con grandi registi. Ma a quali film è più affezionato?

«A quelli girati con Marco Bellocchio. Ho lavorato con  grandi registi: Rosi, Monicelli, Comencini. Ma Bellocchio è quello che mi ha fatto capire che potevo osare di più, sia come attore che come regista e produttore. Ho comunque avuto una formazione molteplice che rispecchia il mio essere molto curioso, per cui lavoro per il cinema, la televisione, il teatro».

E tra quelli diretti quale preferisce?

«“Un eroe borghese”, sul caso Ambrosoli. Un film che, visto recentemente a un festival, ha commosso tutta la platea. Si allinea con “Gomorra” e “Il divo”. Tra l’altro anche quello era un atto d’accusa contro Andreotti e la classe politica italiana che lasciò solo questo servitore dello Stato alla mercé della mafia italo-americana, che lo fece fuori. E poi “Romanzo criminale”, un film che mi ha permesso un salto di qualità dal punto di vista figurativo. Ho avuto a disposizione un grande romanzo, più mezzi e un formidabile gruppo di attori».

Il  film che sta girando a Roma, “Il grande sogno”, parla del ’68…

«La sceneggiatura parla del ’68, però curiosamente, come spesso mi succede, il film sta già prendendo una sua direzione. Ci saranno deviazioni, come se fosse una metafora del mondo di oggi. È un film sulle generazioni, sui figli che devono assumersi la responsabilità di prendere il posto dei padri nella società. Oggi i padri schiacciano ancora di più i figli rispetto al ’68. Mentre però i giovani dell’epoca si rendevano conto di essere schiacciati da un certo paternalismo che li restringeva sul piano della fantasia, della libertà e dell’espressione culturale, oggi i giovani credono di avere tutto dai propri padri. In realtà i padri, magari inconsciamente, uccidono i loro figli. L’uscita del film in Italia è prevista per metà febbraio».

È da poco diventato nuovamente padre. È difficile per lei conciliare lavoro e famiglia?

«Nonostante abbia avuto poco tempo per essere un padre “straordinario”, per natura ho una predilezione per la famiglia. Non tanto per il concetto di famiglia in sé, ma per la paternità, che mi porta a vivere il mio tempo libero con i figli. Non vado il sabato e la domenica in barca o in vacanza, ma sto sempre con i miei figli. Anche sul set. Qui, ad esempio, ho voluto Brenno accanto a me. Reciterà in un piccolo ruolo. È inevitabile che chi nasce in una famiglia di un artista prima o poi cerchi di imitarlo. A me piacerebbe che un domani uno dei miei figli proseguisse sul piano artistico. Il cinema è un lavoro straordinario. Se i miei figli nascono con delle passioni, in un momento in cui le passioni sono poche, a me fa un gran piacere».

 

 

Simoncarlo
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sabato, 14 giugno 2008, ore 11:47

I primi racconti scritti da Garcia Marquez colpiscono per la loro aurea mortifera, lontana dal realismo magico di "Cent'anni di solitudine". Qui il corpo, la decomposizione, la carne putrefatta, i fantasmi, i rumori la fanno da padrone in tutti i brevi scritti. Esempio illuminante in questo senso è "La terza rassegnazione", che apre la serie, vero campionario di quello che si ripeterà bene o male per tutto il libro. Solo ne "La donna che arrivava alle sei" e in "Monologo di Isabel mentre vede piovere su Macondo" l'autore si discosta dai temi portanti, tra l'altro raggiungendo livelli altissimi. Bello, non delude. Voto 8,5/10
Simoncarlo
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venerdì, 13 giugno 2008, ore 11:40

E' stata una lettura molto molto lunga. Non per colpa di Stephen King, qui ai massimi livelli, ma perché è un libro talmente complesso che secondo me va gustato con calma. Scordatevi i brividi di paura, i mostri, le oscure presenze di altri libri dell'autore: non che qui non ci siano, ma sono relegate sullo sfondo. Sì, perché "La storia di Lisey" in realtà è una grande storia d'amore tra una donna e un uomo separati dalla morte. Alcuni passaggi sono davvero strazianti, l'autore è bravissimo nello scandagliare il rapporto sentimentale, anche nelle sue più piccole ritualità quotidiane. Inoltre i continui passaggi tra dimensioni parallele, mondi separati, realtà diverse, passato e presente, offrono al lettore quel tocco di magia che non può mancare in un libro del maestro del brivido americano. Da lode infine l'inventiva di King: neologismi, citazioni, puzzle e giochi linguistici condiscono la narrazione e rendono il libro un'esperienza quasi "mistica". Consigliatissimo, ma a piccole dosi...

Trama: Per venticinque anni Lisey è stata sposata al celebre Scott Landon. Un lungo, stupendo matrimonio con lui - un uomo meraviglioso ma complicato, con una tara nel sangue - e con l'universo di lui, una dimensione proibita ai normali, piena di cose fantastiche ed esaltanti, ma anche letali; di forze che possono risanare o uccidere, in virtù di leggi incomprensibili; il rifugio di un artista geniale e precoce, un Eden vigilato da un serpente inesorabile. Laggiù ci sono colline viola, mari al tramonto, ombre vaganti, tombe, e la "pozza delle parole", cui attingere a piene mani per creare e illudere... Però ora Scott è morto e la vita di Lisey è uguale a quella di tante altre. Non siamo a Boo'ya Moon, bensì nel prosaico Maine, dove lei affronta il triste compito di svuotare il gigantesco studio del marito, con la sua mole di manoscritti. Un gesto innocente, ma che può scatenare le reazioni inconsulte di certi fan un po' particolari. E non è tutto. Impegnata da una parte a difendersi dagli assalti alla sua persona, Lisey si rende conto, su un altro fronte, di essere come una porta lasciata aperta su quell'altro mondo ai confini tra ragione e pazzia... già intravede - negli specchi, nelle superfici lucide - il muso dell'essere che ha popolato gli incubi del marito, che ora viene per lei...

Ps: questa settimana sono proseguiti i miei incontri d'autore per "Liberazione". Ho avuto l'onore di incontrare tre grandi scrittori: Vincenzo Cerami, Paolo Giordano e Stefan Merrill Block.

Simoncarlo
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venerdì, 06 giugno 2008, ore 19:29

Proseguono gli incontri speciali grazie alla mia collaborazione con Liberazione. Questa settimana è stata la volta del grande scrittore londinese Nick Hornby (in Italia per presentare "Tutto per una ragazza"), dell'americana Katherine Dunn ("Carnival Love") e della spagnola Lucia Etxebarria ("Cosmofobia"). Mi sto facendo proprio una cultura :-))

   

Simoncarlo
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martedì, 03 giugno 2008, ore 15:19

Puro divertimento. Il libro di Lansdale che più ricorda i folli orrori di certi racconti kinghiani (ed è un complimento). Pulp, horror, western, cinema di serie z, grottesco: tutto frullato per ottenere un mix intrigante, leggero, molto "estivo". Regala un'ora di relax e qualche brivido. Voto: 7,5/10

Trama: Un guaritore indiano lancia la sua maledizione per vendicare l'assassinio della moglie: un'epidemia semina la morte tra gli abitanti di Mud Creek, facendoli diventare degli zombi. A risolvere la situazione ci penserà il reverendo Jebidiah Mercer, armato di fede e di un revolver calibro .36.

Simoncarlo
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giovedì, 29 maggio 2008, ore 12:06

La mia collaborazione con "Liberazione" mi sta regalando belle soddisfazioni. In una sola settimana ho incontrato 4 scrittori illustri: William Gibson, Massimo Carlotto, Ayaan Hirsi Ali e Joe R. Lansdale. Quest'ultimo, come chi segue il blog di certo saprà, è attualmente il mio scrittore preferito e incontrarlo di persona, farmi autografare il volume "Tramonto e polvere", scambiare con lui qualche battuta e ridere insieme sul fatto che non capisse il mio nome, beh è stata un'emozione speciale. Come speciale è stato l'incontro con Hirsi Ali, noto personaggio internazionale: è lei la somala condannata a morte dai fondamentalisti islamici per aver scritto la sceneggiatura di "Submission", il film che ha portato alla morte il regista olandese van Gogh. Un onore incontrarla di persona.

4 autori d'eccezione che ho cercato di raccontare nei due articoli che seguono.

Lansdale-Gibson

Ai più grandi maestri della letteratura mondiale le etichette da sempre vanno strette. Stephen King si rifiuta di essere catalogato come “padre dell’horror contemporaneo”, così come Wilbur Smith non si riconosce nella definizione di semplice “scrittore d’avventura”. Non fanno eccezione William Gibson e Joe R. Lansdale, stasera ospiti del festival internazionale “Letterature 2008” alla Basilica di Massenzio a Roma, dove leggeranno in pubblico due loro racconti. Nulla importa che siano universalmente riconosciuti il primo come il fondatore della narrativa cyberpunk, il secondo come il romanziere pulp di maggior successo al mondo. «Oggi il genere cyberpunk – osserva Gibson, sessantenne autore di alcuni dei pilastri della fantascienza moderna, come “Negromante”, “Giù nel ciberspazio” e “Monna Lisa Cyberpunk”, ora nelle librerie italiane con l’opera “Guerreros” per la Mondadori – è diventato un’etichetta che fa parte della cultura popolare, ma così non era quando ho cominciato a scrivere una ventina di anni fa. Quando a uno scrittore si incolla addosso una sigla, allora capisci che egli ha chiuso, inizia ad essere mercificato». È dello stesso parere il texano Lansdale, 57 anni, che ha al suo attivo oltre venti romanzi e più di duecento racconti che uniscono noir, horror, western, avventura, e di cui è in uscita in questi giorni nel nostro Paese “La morte ci sfida”, edito da Fanucci: «Io voglio appartenere solo ad un genere, il mio – dichiara sorridendo, con il suo volto tipicamente americano, rosso sulle gote e un po’rotondo – ed in questo sono d’accordo con William Gibson. Al massimo – rimarca con una battuta - posso essere definito un autore “cow-punk”, dato che vivo tra le vacche». I due romanzieri nordamericani osteggiano dunque ogni facile schematizzazione ed hanno le idee chiare sulle influenze da loro subite in gioventù. L’attenzione che il canadese d’adozione William Gibson nelle sue storie pone verso i cambiamenti tecnologici e le terribili conseguenze che essi hanno per la società, nonché la descrizione di mondi futuristici cupi e controversi, l’hanno spesso fatto accostare a Philip K. Dick. Ma Gibson ne prende le distanze in modo elegante, così come appare nel suo abito scuro e nei suoi atteggiamenti molto “british”. «Sembrerà strano – dice – ma in gioventù non ho apprezzato Dick. Per me non ha mai funzionato, ad eccezione del romanzo “La svastica sul sole” che ho letto a 12 anni. Più che di questo scrittore, ho subito un’influenza da parte di Thomas Pynchon, di cui condivido un certo tipo di pazzia. Pynchon dal mio punto di vista infatti esprime al massimo la paranoia senza rendermi nervoso, al contrario di Dick». La fantascienza è stato elemento fondante anche per Joe R. Lansdale, poi mossosi verso lidi più realistici, tra grottesco e satira sociale, con dosi massicce di sesso, violenza e fantasia. «Per me Dick è un grande autore, molto importante – spiega – ma gli preferisco Philip J. Farmer che in una stessa frase è capace di essere lo scrittore migliore e peggiore del mondo. Ma colei che più mi ha influenzato è stata Flannery O’Connor». Al giorno d’oggi l’importanza di un autore si misura spesso attraverso la quantità di opere trasposte su grande schermo. Nulla di più sbagliato se si considera il rapporto che sia Lansdale che Gibson hanno avuto ed hanno con il cinema. Un rapporto decisamente d’amore e odio. Lansdale non nasconde il suo apprezzamento per i film bizzarri e low budget che venivano programmati nei drive-in e rivela che con la settima arte non corre oggi buon sangue. «È indubbio – ammette - che io sia stato influenzato dal cinema, anche se ad esso ho sempre preferito i libri. In particolare dall’horror e dalla fantascienza, considerate di serie B, fatte con pochi soldi e non proprio raffinate. Oggi il cinema saccheggia volentieri le mie opere, ma non sono molti i film in cui compare il mio nome nei titoli di coda. A volte interi dialoghi tratti dai miei libri vengono utilizzati al cinema. Ho sporto persino querela contro un grande regista di cui non posso fare il nome, ovviamente senza successo». Per Gibson la situazione non è più rosea. «Non molti prodotti cinematografici – ironizza – hanno un rapporto legittimo con ciò che ho scritto. Paradossalmente le trasposizioni migliori sono quelle in cui nessuno mi ha contattato. Se è vero che ho influenzato la fantascienza al cinema – conclude – è venuto meglio quando non c’era il mio nome nei credits. Il cinema a me ispirato però ha poco a che fare con il mio lavoro, anche se la gente tende a credere il contrario». Stasera alla Basilica di Massenzio Lansdale leggerà parte di un suo racconto dal titolo “Le ombre, amori e parenti” («Ne ho dovuto tagliare due pagine, era troppo lungo», ammette), mentre Gibson presenterà “Il flusso del silenzio, l’insistenza dell’oblio”. Entrambi rispettano il filo conduttore scelto quest’anno per la kermesse letteraria, ovvero il rapporto tra parola e silenzio.

Hirsi Ali-Carlotto

 

La storia dell’umanità è infarcita di racconti sulle migrazioni. Le popolazioni nei secoli si sono mosse attraverso i territori in cerca di libertà, pace, fortuna. Per lo più spostamenti dal Sud al Nord del mondo, ricco e accogliente. In alcuni casi in direzione inversa, alla ricerca di beni o di un predominio sui deboli. È su entrambi questi aspetti riguardanti le ondate migratorie che hanno interessato razze e genti di ogni continente che porranno l’accento gli scrittori Massimo Carlotto e Ayaan Hirsi Ali, ospiti questa sera al festival internazionale “Letterature 2008” alla Basilica di Massenzio (o in caso di pioggia al teatro Argentina).

Gli autori leggeranno due racconti inediti: “Il mare chiuso” per Carlotto, riconosciuto da tutti come una delle figure di maggior spicco del noir italiano, padre delle avventure del detective privato Marco Buratti, alias l’Alligatore; “Il coraggio della parola” per la somala Hirsi Ali, nota in tutto il mondo per aver ricevuto una condanna a morte da parte dei fondamentalisti islamici, responsabili dell’omicidio del regista olandese Theo van Gogh, di qualche anno fa lei ha scritto la sceneggiatura per il film “Submission” sull’oppressione delle donne nell’Islam, considerato blasfemo. Da allora vive sotto scorta negli Stati Uniti, dove si è rifugiata.

A unire le letture di stasera, ma anche gli ultimi romanzi da loro scritti (“Cristiani di Allah” del giallista padovano e “Se dio non vuole” dell’africana eletta parlamentare in Olanda tra il 2003 e il 2006 e considerata dal “Time” una delle 100 persone più influenti del 2005) sono il tema dello scontro di civiltà, il rapporto tra Oriente e Occidente in chiave di integrazione e oppressione dei popoli, nonché la difficile individuazione di politiche identitarie conformi alle reali esigenze dei migranti.  «Il tema dell’identità oggi è molto acceso – esordisce Hirsi Ali - a causa anche dei grandi movimenti dei popoli attraverso le frontiere. Ed è ciò che affronto nel mio racconto, la storia di un somalo padre di otto bambini costretto a fuggire in Olanda dopo la morte della moglie a causa della guerra, il quale si scontra con le difficoltà di far crescere i propri figli in serenità. A volte infatti il tentativo che la politica, in particolare quella di sinistra, attua in Europa per preservare le tradizioni e le consuetudini degli immigrati conduce a situazioni negative, a commettere errori anche gravi e a ricacciare coloro che arrivano nella povertà da cui provengono». Quale potrebbe essere dunque una soluzione per affrontare il complesso problema dell’integrazione? Hirsi Ali ha le idee chiare: «Si parte da presupposti sbagliati. Si pensa infatti che una società moderna sia sempre composta da individui liberi e indipendenti. In molte società tradizionali, come quelle africane, diversamente l’accento è posto sulla dimensione collettiva dell’individuo, soprattutto in tema di educazione dei bambini o vita delle donne. Credo che gli immigrati – propone con coraggio la scrittrice – se non vogliono abbandonare del tutto le loro tradizioni, debbano però adottare le pratiche dei Paesi dove si trovano a vivere, far crescere i figli con un’educazione libera e lasciare alle donne il diritto di scegliere cosa fare del proprio corpo o quali amicizie frequentare».

“Il coraggio della parola” per Hirsi Ali non è uno scritto autobiografico, anche se lo spunto nasce da esperienze vissute in prima persona. «Ho cercato raccontandolo di rimediare ad un errore che ho commesso in passato, quando lavoravo come interprete. Allora infatti – dice con rammarico – fui testimone di una grave ingiustizia nei confronti di bambini e per paura di perdere il lavoro tacqui. Mi sono sentita complice di quel misfatto».

Più che sull’integrazione degli immigrati nei Paesi cosiddetti “industrializzati”, Massimo Carlotto dal canto suo pone l’accento sull’evoluzione che nei secoli ha avuto il rapporto tra Oriente ed Occidente. «Tra il 1500 e il 1800 c’è stato un fenomeno di migrazione dall’Europa verso il Maghreb. Oltre 300 mila persone si spostarono in Africa, oggi accade il contrario. Lo scontro di religioni che ha caratterizzato soprattutto quest’area non è stato uguale nel tempo. In passato – spiega l’autore, interessato a ricercare nella storia l’origine delle prime forme di criminalità organizzata del Mediterraneo, dalla pirateria in poi – c’è stato un ponte tra Cristianesimo e Islam. Ciò che chiamiamo scontro di civiltà è in realtà una grande menzogna storica utile a coprire la volontà che esisteva da parte di cristiani e musulmani di dominio economico nei mari». Da qui l’idea di scrivere “Il mare chiuso”, ovvero quello che lui definisce «un dialogo storicamente impossibile ma plausibile» tra il religioso San Vincenzo de’Paoli e un ex sacerdote divenuto ammiraglio nella flotta ottomana.

 

 

 

Simoncarlo
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giovedì, 22 maggio 2008, ore 16:49

Oggi a pagina 13 della free press di Liberazione è uscito questo mio nuovo articolo. Lo pubblico per chi non vive a Roma e a Milano e magari è interessato a leggerlo

Carlo Lucarelli e Jeffrey Deaver stasera a Roma

Siamo scrittori da "combattimento", narratori del lato oscuro

Appartengono a due universi distinti Jeffrey Deaver e Carlo Lucarelli. Entrambi indiscussi maestri della narrativa gialla, stasera parteciperanno insieme al festival internazionale “Letterature 2008” alla Basilica di Massenzio, dove verranno letti due loro racconti inediti sul tema “Parola, silenzio” scelto quest’anno come filo conduttore della kermesse.

Il primo è stato definito dal Times “il più grande scrittore di thriller dei giorni nostri”, ha realizzato 20 romanzi di successo (tra cui Il collezionista di ossa, La lacrima del diavolo e La bambola che dorme) e venduto oltre 2 milioni di copie solo nel nostro Paese. Il secondo è il più celebre romanziere noir italiano contemporaneo, autore di titoli quali Almost Blue, Guernica e il recente L’ottava vibrazione, nonché conduttore tv di Blu Notte, trasmissione Rai che si occupa di casi insoluti della cronaca italiana.

Ad accomunare i due scrittori, oltre la passione nel raccontare storie dalle tinte oscure, è anche una certa visione del mondo. «Bush è “out”, Obama è “in”». Non lascia adito a dubbi Jeffrey Deaver riguardo alla sua posizione nei confronti della politica americana. Ma anche sull’Italia ha una sua opinione: «Amo il vostro Paese – si rivolge così ai giornalisti che affollano la Casa delle Letterature di Roma, dove è giunto con Lucarelli per presentare l’appuntamento di questa sera del festival letterario –  e mi piace leggerne sui giornali. Negli Stati Uniti  i conservatori vi apprezzano in quanto il vostro governo appoggia la loro politica militare in Medio Oriente. Così come i democratici, che giudicano positivamente l’Italia in quanto nazione progressista, di liberi pensatori, attiva e ricca di cultura, buon cibo e alta moda». Per Lucarelli descrivere in poche parole la situazione del nostro Paese non è invece tanto facile: «Anche se ho le idee piuttosto chiare su ciò che è “out”– dichiara sorridendo, con un evidente riferimento al nuovo governo – è sull’individuare ciò che è “in” che ho qualche problema».

Uniti dalla politica dunque, ma anche nel modo di approccio alla materia narrativa. «Per me la scrittura è una questione di artigianato – dice l’autore americano, di cui a giugno uscirà in Italia l’ultimo romanzo dal titolo La finestra rotta – e mi considero “uno scrittore da combattimento”, ovvero mi accosto a questa come fosse una qualsiasi altra attività. Oltre ad essere una forma di artigianato scrivere è però anche un’arte, per cui bisogna aprirsi alle emozioni e agli stimoli esterni per poterli poi trasmettere al pubblico». Il rapporto con il lettore è centrale anche per Lucarelli, soprattutto quando si interagisce direttamente con esso, come a “Letterature”, dove gli autori leggono i loro brani in pubblico: «Credo di appartenere, come Deaver, alla razza dei narratori. Quando mi accorgo che la gente mi ascolta – aggiunge – la mia voglia di raccontare storie cresce sempre di più».

Parola e silenzio. Il tema individuato quest’anno per il festival lascia ampia libertà agli autori che vi partecipano. «Il mio è un silenzio narrativo, il riportare alla luce episodi spesso dimenticati dai più», dice Lucarelli che stasera presenterà il racconto L’uomo di pietra, incuriosito dalle vicende coloniali poco note dell’esploratore Vittorio Bottego, di cui da piccolo ha potuto per anni osservare una statua di fronte alla sua casa di Bologna. «Da bravo giallista – gli fa eco Jeffrey Deaver - non rivelerò nulla del racconto L’arma che leggerò stasera. Posso solo dire che mi ha permesso di affrontare un tema politico che sta molto a cuore agli americani, ma anche agli italiani. È una storia inquietante che ha una stretta attinenza con la situazione mondiale». Un racconto che già dal titolo induce a pensare a vicende misteriose e violente. «Sento una forte responsabilità nei confronti del lettore a proposito del modo in cui devo rappresentare la violenza, soprattutto oggi che la soglia di sensibilità si è abbassata e in genere si sottolineano i dettagli più gore e cruenti, così nella letteratura come al cinema. Per me un romanzo giallo – dice Deaver – deve essere un prodotto di qualità, deve emozionare, essere coinvolgente e non deludere il lettore, ma soprattutto non deve suscitare repulsione. Trovo sia troppo facile descrivere i dettagli raccapriccianti, più difficile creare vera suspance solo con il linguaggio, come faceva Hitchcock nei suoi film, sempre edificanti. La rappresentazione plastica della violenza – conclude – lascia invece sul lettore una sensazione di sporco. Per questo quando scrivo un romanzo mi domando: io cosa vorrei leggere? Di certo storie con meno violenza e più suspance ed è questo che cerco di fare nei miei libri».

 

 Simone Carletti

 

Simoncarlo
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